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L’ACQUA: STRUMENTO PER CONOSCERE IL PROPRIO BAMBINO

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L’ACQUA:

STRUMENTO PER CONOSCERE IL PROPRIO BAMBINO

 

Paola Darretta

 

-È nostro compito conservare e sviluppare quella dote innata che i bimbi hanno nel vivere senza timori il rapporto con l’elemento liquido. Sapientemente guidati, potranno anche rivelarsi ottimi subacquei “istintivi”-

Da “il subacqueo”, marzo 1990

 

Il primo ambiente con il quale veniamo in contatto è l’acqua, elemento nel quale siamo immersi durante la vita endouterina. Proprio poiché è l’unica cosa che il bambino conosce del mondo e di cui ha fatto esperienza, tale elemento risulta già dai primissimi tempi dopo la nascita confortante e rilassante per lui. Il neonato infatti non conosce il mondo esterno, ma dal momento in cui viene alla luce si presenta con doti innate che derivano da influenze ricevute durante la vita intrauterina, che ha inconsciamente subito.

Tra queste competenze che caratterizzano i bambini nei primissimi anni di vita vi è l’acquaticità, ovvero semplicemente la confidenza con l’acqua. È straordinario come già bambini di pochi mesi siano in grado di rimanere qualche istante sotto l’acqua a bocca aperta, muovendosi tranquillamente, andando istintivamente in apnea, bloccando la glottide senza tentare di inspirare.

Anche fisicamente è stato dimostrato scientificamente che l’organismo del bambino è adattato alla vita acquatica: infatti l’emoglobina neonatale ha una maggiore affinità per l’ossigeno rispetto a quella adulta. Ciò significa che il sangue del bambino ha maggiore facilità a combinarsi con l’ossigeno e accumulare così risorse vitali nell’organismo. Questa capacità di cui siamo in possesso nella vita intrauterina e alla nascita è simile alle proprietà che possiamo ritrovare nei mammiferi marini, ma a poco a poco viene persa, diminuendo già 100 giorni dopo la nascita e tutto questo è dovuto al fatto che il corpo umano si abitua alla vita “all’aria”, percui non ha più bisogno di tale capacità.

I corsi di acquamotricità per bambini con i propri genitori sono esperienze importanti per entrambi. Questo percorso è positivo sotto diversi aspetti: oltre a permettere di familiarizzare con l’elemento acqua, garantisce di donare al bambino un benessere psicoemotivo. Sono provati i molti benefici dal punto di vista fisico, come una maggior stimolazione e sviluppo dell’apparato cardiocircolatorio, di quello respiratorio e nervoso, con un approccio globale che va ad aumentare la percezione di sé e del proprio corpo. Inoltre, attraverso una semplice attività che viene percepita come un gioco da condividere con il genitore che sostiene il bambino, si ha un rafforzamento del loro legame.

La relazione madre-bambino

 

L’immagine che ognuno ha di se stesso viene costruita sulla base della relazione con gli altri ed in particolare sull’immagine che questi ci rimandano di noi. La base su cui partire per valutare il tipo di relazione che siamo in grado di instaurare con il mondo esterno è proprio la relazione con la propria madre, il primissimo rapporto che creiamo prima ancora della nascita, già durante la vita in utero.

Sono diversi gli autori che si sono soffermati sulla relazione madre-bambino.

Freud riteneva che il bambino stabilisse legami di attaccamento con la figura che gli forniva cure adeguate in quanto fonte di soddisfacimento del suo bisogno orale primario. Perciò inizialmente si riteneva che il bambino avesse principalmente bisogno di essere nutrito, mentre passava in secondo piano l’aspetto affettivo della relazione.

È con autori come Winnicot, Erikson, Spitz e Bowlby che l’importanza del rapporto madre-bambino viene spostato sul piano relazionale.

Per Winnicot il bambino non esiste senza la madre, nei primi stadi di sviluppo emozionale il bambino è assolutamente dipendente dall’ambiente, poiché la percezione dell’Io è un concetto che richiede un notevole svilluppo emotivo che l’individuo può raggiungere una volta che abbia creato la propria unità, il proprio mondo interno, ripudiando quello esterno. Il bambino perciò esiste solo come essere totalmente dipendente dal proprio ambiente, rappresentato dalle cure materne, intese come sostegno non solo fisico ma anche psicologico (holding). Per Winnicot quindi il neonato non è in grado di esprimere il proprio potenziale senza cure materne; ed è la preoccupazione materna primaria la chiave di interpretazione attraverso la quale la madre è in grado di rispondere alle esigenze del figlio e viene attivata attraverso un percorso di identificazione e adattamento quasi totale della madre con lui. Con Winnicot si introduce anche il concetto di madre sufficientemente buona per indicare le caratteristiche di quel genitore in grado di rispondere ai bisogni del neonato senza che l’attesa scaturisca in lui alcun tipo di angoscia.

Nel rapporto con il bambino viene anche riconosciuta l’importanza del contatto fisico e del contenimento, affiancando all’holding, l’handling, ovvero una relazione d’affetto espressa attraverso le cure, la pulizia, le carezze, i massaggi, ecc.

Nel corso degli anni l’attenzione nella relazione madre-bambino viene sempre più spinta verso l’aspetto relazionale, anche attraverso studi scientifici che hanno dimostrato come fosse importante per un corretto sviluppo del bambino.

Con Spitz per esempio, attraverso studi all’interno di orfanotrofi nel dopoguerra, viene verificato come non sia sufficiente l’esclusivo sostentamento fisiologico per uno sviluppo sano ed equilibrato. Infatti bambini precocemente separati dalla madre e privati di cure materne andavano incontro ad un quadro in progressivo peggioramento che comprendeva: pianto, perdita di peso, rifiuto del contatto fisico, insonnia, ritardo nello sviluppo motorio, maggiore incidenza di malattie, assenza di mimica ed espressione, cessazione di pianto e stato letargico.

Anche con Bowlby viene posta attenzione sul contatto primario, indipendente dai bisogni fisiologici.

Un esperimento famoso circa l’importanza delle cure materne intese come contatto e relazione e non come semplice soddisfacimento dei bisogni è stato condotto dai coniugi Harlow, i quali allevarono cuccioli di macaco privandoli dalla madre e fornendo loro due sostituti materni: uno in metallo dotato di biberon, dal quale si recavano per cibarsi, e uno morbido e caldo in peluche privo di nutrimento, con il quale però le scimmie passavano la maggior parte del loro tempo e in particolare preferivano quando erano spaventate o volevano essere consolate.

 

La relazione madre-bambino in acqua

 

Nell’acqua il bambino ricrea l’ambiente uterino materno, mostrando le sue tendenze naturali emozionali e le esprime attraverso espressioni, sorrisi, gorgoglii. Entra in comunicazione con la madre, inviandole messaggi attraverso i gesti e il tono del proprio corpo. Nei primi mesi l’esperienza sensoriale è infatti quella che maggiormente caratterizza le relazioni che il neonato instaura e l’ambiente acquatico le favorisce, proprio per le modalità con le quali si svolgono le lezioni. Infatti il bambino è in continuo contatto fisico con il genitore che lo sostiene durante il percorso e diventa il tramite per esperire il mondo circostante, grazie anche alla proposta di giochi diversi che vanno a stimolare tutti i sensi del bambino dalla vista, all’udito, al tatto ecc.

Nella prima infanzia le espressioni emozionali del piccolo sono utilizzate come guida nella pratica di accudimento, perciò la madre a poco a poco imparerà a riconoscere e a codificare il linguaggio del proprio bambino e questo aiuterà la loro comunicazione anche al di fuori dell’acqua, nella quotidianeità.

Anche  il bambino crescendo imparerà a utilizzare il controllo delle emozioni come guida nelle situazioni di incertezza: ovvero scruterà le espressioni emozionali della madre per risolvere l’incertezza e regolare il proprio comportamento di conseguenza.

Vivere l’esperienza di gioco e scoperta che rappresenta l’attività in acqua tra madre e bimbo assume anche altre sfumature e significati. Può diventare anche un modo per trasmettere amore, tranquillità e serenità al proprio figlio, attraverso uno stretto legame tra i due, un contatto tra i loro corpi, in una dimensione diversa, che avvicina la madre alla primordiale esperienza del bambino con l’acqua nel ventre materno. È un momento in cui la madre si pone in uno stato meditativo per entrare in un contatto profondo con il bambino, non limitato alla sola esperienza fisica.

La singolarità dell’esperienza acquatica nel neonato è anche dovuta al fatto che il bambino può sperimentare una percezione del proprio corpo diversa, può muoversi più facilmente, imparando a conoscere parti di sé e capacità che al di fuori dell’acqua faticherebbe a provare per il semplice fatto che in acqua la gravità è circa sette volte inferiore rispetto alla terra. Così movimenti che solo con il tempo gli sarebbero permessi al di fuori, in acqua possono avvenire, arricchendo di una nuova esperienza sul proprio corpo, la propria sensibilità e la percezione spaziale di sé.

L’affettività organizza l’esperienza. Il bambino che sperimenta un attaccamento sicuro manifesta interesse e curiosità, esplora l’ambiente. I genitori incoraggiando le attività del piccolo con gratificazione rinforzano i suoi comportamenti e queste emozioni positive favoriscono processi di imitazione e identificazione, questi scambi emozionali favoriscono l’empatia e lo sviluppo di inclinazioni pro-sociali.

Anche la presenza durante le lezioni di altre coppie di genitore-bambino permette di sperimentare la vicinanza e avviare forme di socializzazione con coetanei e adulti.

Nelle relazioni ,madre-bambino, se regolate in modo appropiate, possono identificarsi una serie di comportamenti importanti, come la sincronia, la reciprocità, il coinvolgimento e la modulazione.

Con la partecipazione a questo percorso di acquamotricità neonatale perciò la madre può ritrovare la possibilità di dedicare del tempo prezioso al proprio bambino, durante il quale impareranno a comunicare, conoscersi e amarsi, rafforzando il loro rapporto.

La lezione di acquamotricità diviene così un momento ricco di emozioni che fornisce importanti esperienze, in linea con il percorso evolutivo del bambino.

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

-       B. Guinzbourg, A. Lucca. “Acquananda. Acquaticità per bambini”. Tecniche nuove. 2004

-       G. Picchetti, B. Crwickshank. “Il subacqueo”. Marzo, 1990

 

-       A. Broglio. “Acquaticità per la prima infanzia. Manuale d’uso per operatori, educatori, genitori”. FrancoAngeli. 2005

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