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Delfini neonati

Il nostro Spot Sangemini

Spot Sangemini :: Università dell'acqua.

Giochiamo: l’acqua, un nuovo mondo da esplorare…

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INDICE:

-      Introduzione
-      Definizione di gioco
-      Il gioco: sviluppo affettivo, cognitivo e sociale
-      Il gioco per Piaget
-      Winnicott: il gioco e la creatività
-      Principali forme di gioco nella I° infanzia: 0-3 anni
-      Perché un corso di acquamotricità neonatale?
-      L’aspetto ludico in acqua
-      La funzione dell’acquamotricista
-      Esempio di una giornata di acquamotricità
-      Riflessioni e conclusioni
-      Bibliografia e sitiografia

 
INTRODUZIONE
Vorrei iniziare questo mio elaborato con queste 2 frasi dalle quali si può dedurre come il gioco sia una componente importante nell’uomo in particolare per la crescita del bambino:
  • L’uomo è veramente uomo soltanto quando gioca” di Friedrich Schiller
  • Il Gioco per un bambino è fondamentale per la crescita, peccato che da adulti si smetta di giocare e si creda di fare sul serio. Giocare è crescere, pratica sempre utile all’uomo” di Stephen Littleword
Il gioco è qualcosa che ci appartiene, ci costituisce ed è parte della nostra essenza, così come ci dice Giovanni Pascoli nel poema “Il fanciullino”, in cui esprime la sua idea di poesia. Come sostiene Pascoli nell’animo di ogni uomo esiste un eterno fanciullo, infatti durante la nostra crescita, il fanciullino dentro di noi conserva la sua capacità di stupirsi, di gioire, di scoprire il fascino e la bellezza di ciò che ci circonda.

Anche Pablo Neruda esprime un concetto alquanto simile: “Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che è dentro di lui”. Nell’accostarsi al mondo ludico e fantasioso del bambino,   l’ adulto così come l’ educatore, dovrebbe tener presente il fanciullino che è in lui. L’adulto, infatti, può diventare nel gioco un compagno privilegiato del bambino purché tenga sempre presente le capacità del bambino.

Tutto ciò è comunque riscontrabile nella realtà, perché si sa che in fondo il fanciullino che è dentro di noi, non vede l’ora di riemergere e quale occasione migliore se non quella in cui giocare coi i propri piccoli? E allora cosa aspettiamo?
… Giochiamo…

 
DEFINIZIONE DI GIOCO
Di solito si pensa che il gioco sia solo un passatempo, un momento di svago adatto soprattutto alla fase della giovinezza. Diversi contributi pedagogici, invece, sottolineano il gioco come luogo e momento privilegiato dell'educazione.
Per secoli il gioco è stato visto come un’attività solamente “constatata” e privata del suo significato e del suo valore. Le categorie superficiali di questa visione della manifestazione ludica erano la spensieratezza e l’attività per l’attività.

Il gioco era soltanto associato al divertimento, alla ricreazione, il suo fuoco centrale costituito dall’attività in se stessa e non dagli esiti e dai prodotti; era il tempo concesso prima di dedicarsi a cose più serie o una pausa dopo prolungati impegni di studio, relegato ai margini della giornata scolastica e confinato nella sfera del tempo libero. Spesso ha assunto la funzione di premio, di ricompensa e di rinforzo di condotte positive, mentre il suo valore intrinseco è stato negato e il suo significato autentico disconosciuto, ovvero l’aspetto educativo totalmente trascurato.

In realtà, il gioco, in tutte le sue forme assume una valenza educativa determinante nel processo di evoluzione dall’infanzia all’età adulta; il tema del gioco è stato studiato con prospettive diverse da filosofi, psicologi, sociologi, antropologi ma soprattutto da pedagogisti, i quali hanno cercato di cogliere la molteplicità dei suoi aspetti e delle sue caratteristiche.

Il gioco è per sua natura educante; è infatti attraverso questi che il soggetto impara a conoscere il mondo, a sperimentare il valore delle regole, a stare con gli altri, a gestire le proprie emozioni, a scoprire nuovi percorsi di autonomia e a sperimentare per tentativi ed errori le convinzioni sulle cose e sugli altri. L’attività ludica è qualcosa che va oltre un semplice divertimento: è spontaneità e auto motivazione  e costituisce un mezzo attraverso il quale l’ambiente viene sperimentato e conosciuto, la realtà manipolata e trasformata, e attraverso tale attività è possibile la scoperta e la conoscenza di se stessi.
 
La maggior parte degli studiosi dell’età evolutiva ritiene che un bambino sano è un bambino che gioca e nel corso dello sviluppo il gioco va ad assumere funzioni, caratteristiche e significati molto diversi. Da una parte consente di individuare il livello di maturazione raggiunto in ambito motorio, cognitivo e sociale e dall’altra assume una rilevanza della dimensione sociale.

Elementi fondamentali per poter parlare di gioco sono: divertimento e piacere. L’autrice Catherine Garvey definisce l’attività ludica come qualcosa di piacevole, spontaneo, scelta libera e volontaria, non finalizzata ad un obiettivo pratico ed implica l’attivo coinvolgimento di chi lo attua. Sul perché si giochi sono state avanzate varie ipotesi: gioco visto come scarica di energia, come espressione culturale, come sperimentazione della realtà o come modalità d’interazione e socializzazione.

I bambini fin dai primi mesi iniziano a giocare attraverso il gioco inconsapevole che ha la funzione di adattamento all’ambiente, tra queste abbiamo: esercizio di attività riflesse, sperimentazione delle parti del corpo, esplorazione del mondo circostante, funzione comunicativa ecc.. mentre le attività ludiche dell’età prescolare sono fortemente legate allo sviluppo percettivo e motorio. Possiamo distinguere così 2 grandi categorie di gioco:
 
  • Gioco fisico, permette di sperimentare, padroneggiare e sviluppare le capacità motorie acquisite secondo l’età. Questo può essere suddiviso in 3 tipologie: gioco sensomotorio in cui l’attività ludica si basa sul piacere dell’uso dei sensi; gioco d’esercizio, dove l’attività si basa sul padroneggiare le abilità acquisite e gioco turbolento o “scatenato” caratterizzato da un’imitazione giocosa di manifestazioni aggressive. Qui rivestono un ruolo importante lo sviluppo del linguaggio e della socializzazione
  • Gioco sociale, il bambino acquisisce le capacità necessarie per intraprendere e mantenere un’interazione amichevole con gli altri

IL GIOCO: sviluppo affettivo, cognitivo e sociale
Durante la crescita le modalità di gioco del bambino tendono a modificarsi e ciò è legato anche al suo sviluppo emotivo; questa fase diviene così chiave di lettura del suo equilibrio psichico. Possiamo così individuare diverse tappe:
 
  • 0/1 anno, in questo periodo il bambino riceve delle sensazioni che vanno a gratificare ed arricchire il proprio sé che si sta formando pian piano. I primi giochi infatti vengono fatti con il proprio corpo e quello della mamma, anche se non manca una certa attenzione agli oggetti che lo circondano. Qui il bambino agita le mani, muove le gambe, gioca con le dita, guarda incuriosito ciò che è nuovo e porta tutto ciò che trova alla bocca. Queste sono tutte attività prettamente esplorative e ripetitive che servono a fargli distinguere il sé dal non sé;
     
  • 2 anni, qui inizia a prendere coscienza della separazione dalla mamma e quindi deve affrontare la crisi d’ansia e d’abbandono. In questa fase subentra l’oggetto transizionale, un oggetto donato dalla principale figura d’attaccamento del bambino che in questo periodo assumerà un carattere particolare nel momento di assenza della madre: questo oggetto la rappresenterà e sarà un segno di certezza;
     
  • 3 anni, qui compaiono i primi giochi di socializzazione e inizia a svilupparsi la capacità immaginativa;
     
  • 4/5 anni, il gioco diventa  espressione delle proprie dinamiche interne (ex gioco della bambola, del dottore, gioco a nascondino);
     
  • 6/10 anni, i giochi sono caratterizzati dalle regole e si svolgono in gruppo
 
A livello cognitivo, il gioco favorisce lo sviluppo della memoria, dell’attenzione, la concentrazione, la capacità di relazionarsi e confrontarsi. Una scarsa e carente attività ludica può contribuire a creare delle carenze a livello cognitivo.

A livello sociale invece il gioco si manifesta attraverso 3 stadi:
  • Gioco solitario, tipico dei bambini piccoli in quanto manca l’interazione sociale;
  • Gioco parallelo, tra 1/3 anni in cui si assiste ad un momento di aiuto reciproco anche se si tratta di gioco individuale;
  • Gioco sociale, tra i 4/5 anni in cui è presente una maggiore interazione sociali.
 
L’attività ludica acquista una grande importanza per comprendere lo sviluppo evolutivo; la valutazione del gioco è importante perché avviene tramite delle sequenze sistematiche che a loro volta corrispondono a fasi di ordine cognitivo. Il gioco svolge così una duplice funzione nello sviluppo evolutivo:
-      consente al bambino di comprendere la realtà esterna e gli consente un buon adattamento;
-      consente al bambino di conoscere , interpretare  e controllare il proprio mondo interno e in questo modo creare la giusta mediazione tra le 2 realtà.
 
Attraverso il gioco il bambino può conoscere, comprendere ed interiorizzare ogni nuova esperienza  ed acquisizione; l’attività ludica è considerata importante dal punto di vista di socializzazione, non solo da un punto di vista socio emotivo, ma come strumento che gli consente di conoscere, controllare e gestire le frustrazioni che provengono dalla società e in questo modo comprendere i proprio bisogni e mediarli con quelli degli altri.
 
IL GIOCO PER PIAGET
Il gioco riveste un ruolo fondamentale per lo sviluppo intellettivo: esso, infatti, stimola la memoria, l'attenzione, la concentrazione, favorisce lo sviluppo di schemi percettivi, capacità di confronto, relazioni ecc. e una sua carenza porta a gravi carenze a livello cognitivo.
 
Tra gli studiosi che hanno analizzato e studiato il gioco abbiamo J. Piaget, psicologo e pedagogista, (1937-1945)  che mette in correlazione lo sviluppo del gioco con quello mentale, affermando che il gioco è lo strumento primario per lo studio del processo cognitivo del bambino. Piaget, infatti, parte dalla convinzione che il gioco sia la "più spontanea abitudine del pensiero infantile".

Egli afferma che lo sviluppo intellettivo del fanciullo passa attraverso due processi: assimilazione e  accomodamento.

L'assimilazione
, è un processo per cui un elemento della realtà esterna viene inserito in schemi mentali già preesistenti, senza che l'esperienza cambi tali schemi. Ad esempio un bambino piccolo avrà imparato a battere un bastoncino sul tavolo o su altre superfici, batterà allo stesso modo qualsiasi oggetto che si troverà in mano. Ogni oggetto viene inserito nello schema "battere ritmicamente".

L'accomodamento,
è un processo complementare all’assimilazione in cui i dati della nuova esperienza modificano gli schemi già posseduti. Il bambino che ha imparato a battere ritmicamente un oggetto, avendo a disposizione una pallina può inserirla nello schema "battere ritmicamente", poi scoprirà che può rotolare, creando una nuova categoria "oggetti che rotolano". È la possibilità dell’individuo di adattarsi plasticamente alle esigenze che il mondo esterno gli presenta.

L’equilibrio adattivo,
è dato da assimilazione/accomodamento che sono i 2 poli di un’interazione tra organismo e ambiente; l’adattamento più compiuto/produttivo è quello caratterizzato da uno stato di equilibrio fra i 2 momenti che lo formano. Vi sono momenti dello sviluppo in cui il rapporto fra assimilazione/accomodamento non è equilibrato (primi anni di vita) in cui vi è l’impossibilità di distinguere l’assimilazione degli oggetti all’io e l’accomodamento dell’io agli oggetti.

Questi 2 processi si presentano in una fase di squilibrio in 2 fondamentali attività del bambino, nel gioco/imitazione:
* gioco, momento di forte prevalenza dell’assimilazione sull’accomodamento; qui opera al fine di sottomettere la realtà alla fantasia/sogno ex gioco del lanciare (sempre stesso movimento);
* imitazione, prevalenza dell’accomodamento sull’assimilazione; il bambino è interessato a riprodurre nel modo più preciso una realtà che in quel momento si è imposta alla sua attenzione.
In entrambi i casi c’è una situazione di squilibrio mentre l’adattamento intelligente si presenta all’interno dei vari periodi di sviluppo quando fra l’assimilazione e l’accomodamento si crea un equilibrio: il soggetto assimila gli oggetti esterni ai propri schemi e questi nel contempo vengono ad accomodarsi alle caratteristiche di tali oggetti.
 
Per Piaget il gioco ha una duplice funzione:
  • consolidazione delle capacità già acquisite attraverso la ripetizione e l’esercizio;
  • rafforzamento del poter agire sulla realtà perché nella fantasia non esistono insuccessi.
 
Piaget distingue 3 grandi periodi dello sviluppo cognitivo:
  • Periodo senso motorio (0/18-24) organizzazione dell’intelligenza pratica tramite azioni che vengono eseguite sugli oggetti. Le conquiste importanti di questo periodo sono: la permanenza dell’oggetto, ovvero la capacità del bambino di considerare che l’oggetto esiste anche se non lo vede più ed è nascosto; acquisizione di intenzionalità con la quale si intende la capacità del bambino di organizzare schemi motori per raggiungere uno scopo.
     
  • Periodo intelligenza rappresentativa (18-24/12 anni) che si divide in :
    --> preoperatorio, ampliarsi e rafforzarsi della capacità rappresentativa tramite gioco simbolico, linguaggio verbale e imitazione differita (pensiero egocentrico). Questo a sua volta si divide in pensiero  preconcettuale  (2/4) e pensiero intuitivo (4/7);
    --> operazioni concrete (7/12) capace di eseguire operazioni mentali a partire dal dato concreto
 
  • Periodo operazioni formali (oltre 12) il soggetto è capace di operare mentalmente su idee e conoscenze astratte.
Ogni periodo è scandito al suo interno in successioni di stadi.
Secondo Piaget si possono individuare tre stadi di sviluppo del comportamento ludico:
 
  • Giochi di esercizio, prevalgono nei primi anni di vita, nella fase cosiddetta "senso-motoria": il bambino, attraverso l'afferrare, il dondolare, il portare alla bocca gli oggetti, l'aprire e chiudere le mani o gli occhi, impara a controllare i movimenti e a coordinare i gesti. Il piacere che deriva da questi giochi, spinge il bambino a ripeterli più volte. Il bambino usa azioni semplici e casuali che progressivamente integra con le informazioni nuove che riceve dall’ambiente. La fase di assimilazione, in questo periodo, prevale su quella di accomodamento: le nuove esperienze, infatti, vengono adeguate agli schemi mentali del bambino.
     
  • Giochi simbolici, caratterizzano il periodo che va dai 2 ai 7 anni di vita e si collocano nella fase detta "rappresentativa" del periodo preoperatorio, in cui il bambino acquisisce la capacità di rappresentare tramite gesti o oggetti una situazione non attuale. Si sviluppa la capacità di immaginazione e di imitazione, per cui i giochi preferiti sono quelli in cui, ad esempio, il bambino si improvvisa attore (finge di dormire, di cadere) o magari regista (chiede ad altri di fingere di dormire o cadere).
    Il simbolismo che emerge da queste attività permette di riprodurre esperienze viste ma non ancora direttamente sperimentate. Prevale anche in questo periodo la fase di assimilazione: il bambino, infatti, non riuscendo ad adattarsi ad una realtà ancora troppo difficile da capire, compie l'azione inversa, ovvero, la ricrea a suo piacimento. Attraverso questo processo di trasformazione, basato sul far finta, il bambino delinea delle situazioni delle scene, da un punto esclusivamente egocentrico: un cucchiaio può diventare un telefono, la bambola una figlia e così via. Ciò che è importante sottolineare, però, è che il bambino è consapevole di fingere, di mettere in scena una realtà immaginata: è il suo modo, naturale e spontaneo, di "possedere" le regole del mondo.
    Nei giochi simbolici assume una notevole importanza il linguaggio: con una parola ogni oggetto può essere trasformato in qualcosa di diverso, più bello, più utile e si sviluppa, inoltre, un primo livello di dialogo, seppure unilaterale, con i giocattoli, che vengono coinvolti negli stati d'animo del momento.
     
  • Giochi con regole, si presentano nel periodo dai 7 ai 12 anni, nella fase detta "sociale", delle operazioni concrete, in cui il bambino comincia a vivere il rapporto con gli altri. Questa fase è caratterizzata da una maggiore aderenza alla realtà, anche se continua a prevalere l'assimilazione sull'accomodamento. Inizialmente nascono come gioco di imitazione dei bambini più grandi poi si organizzano secondo regole e funzioni definite e condivise. Il bambino, sperimentando la vita di gruppo, si trova di fronte a determinate "regole" che è tenuto a rispettare. Lo spirito di competizione o di cooperazione che derivano dalle relazioni interpersonali, soprattutto in ambienti quali la scuola, la palestra ecc., portano il bambino a preferire giochi che rispecchiano tale realtà, in cui le regole vengono viste non più come imposizioni da accettare ma come mezzi necessari per il buon andamento del gioco stesso. La comparsa delle regole determinano la fine del gioco infantile propriamente detto e inaugurano una fase di crescita, altamente educativa, in cui viene stimolato l'autocontrollo del bambino, la sua capacità di concentrazione, di memoria ecc.
 
WINNICOTT: IL GIOCO e LA CREATIVITA’
Lo psicoanalista Donald Winnicott ha dedicato molte delle sue riflessioni al rapporto tra gioco e atto creativo, relazionandoli con le principali esperienze che il bambino incontra nella sua crescita.
Per lui, alla nascita il neonato non ha nessuna consapevolezza della realtà esterna che lo circonda e vive così una fusione totale con la realtà esterna, dipendendo dalle cure materne; si parla infatti di una madre “sufficientemente buona” che è quella che si adatta completamente ai bisogni del bambino; qui il bambino vive l’illusione di essere lui la fonte di soddisfazione dei propri bisogni (autismo fisiologico).
 
Secondo Winnicott, quindi il percorso evolutivo si snoda dalla dipendenza assoluta (0/5) in cui non distingue la madre da se stesso alla dipendenza relativa (6/12) in cui il desiderio della presenza materna viene consapevolizzato, trovando poi conforto in un oggetto sostitutivo, transazionale; dal 2 anno inizia poi la fase dell’indipendenza in cui è il ricordo delle soddisfazioni istintuali ricevute che sostiene il bimbo quando non sono presenti.
 
Per compiere quindi questo passaggio dalla soggettività pura all’oggettività, il bambino si serve di oggetti transizionali come ad esempio una copertina, un peluche ecc.. che rappresentano la transizione del bambino da uno stato di essere fuso con la madre ad uno stato di essere in rapporto con la madre come qualcosa di esterno e separato. L’oggetto transazionale non appartiene né alla realtà interna né al mondo esterno e viene a dare forma a quell’area di illusione che congiungeva madre e bambino, questo darà vita ad un’area intermedia di esperienza.
 
Quest’area intermedia tra la dimensione soggettiva ed oggettiva rappresenta quella stessa illusione che nella vita adulta è parte intrinseca dell’arte e della religione e il territorio dove hanno origine il vivere creativo che si manifesta prima nel gioco e poi nella vita culturale. L’uso che il bambino fa del suo oggetto transizionale, rappresenta per Winnicott, il primo uso che fa il bambino di un simbolo e la sua prima esperienza di gioco. In quest’area di gioco il bambino raccoglie oggetti o fenomeni dal mondo esterno e li usa al servizio di qualche elemento che deriva dalla realtà interna o personale.
 
Il gioco è per Winnicott, sempre un’esperienza creativa e la capacità di giocare in maniera creativa permette al soggetto di esprimere l’intero potenziale della propria personalità. In questo modo, attraverso un atteggiamento ludico verso il mondo, in quest’area intermedia, può comparire l’atto creativo che permette al soggetto di trovare se stesso, di essere a contatto con il nucleo del proprio Sé.
 
La creatività, non consiste nei prodotti dei lavori artistici (creazioni) ma è invece data dal modo che ha l’individuo di incontrarsi con la realtà esterna: essa è universale, appartiene al fatto di essere vivi e si può considerare come una cosa in sé. L’impulso creativo, è presente allo stesso modo in qualsiasi persona e la creatività non può essere mai del tutto annullata, può semplicemente restare nascosta e questo viene a determinare la differenza tra il vivere creativamente e il semplice vivere.
 
L’esperienza culturale comincia con il vivere in modo creativo, ciò che in primo luogo si manifesta nel gioco. Se la madre è in grado di fornire le condizioni opportune, ogni dettaglio della vita del bambino è un esempio di vivere creativo; se al bambino invece non viene data quest’opportunità non vi è alcun territorio in cui il bambino possa giocare o fare l’esperienza culturale. Il bambino in carenza è irrequieto e incapace di giocare ed ha un impoverimento della capacità di fare esperienza nel campo culturale. Infine giocare, è una maniera particolare di agire, una maniera di trattare la realtà in forma soggettiva, è possibilità unica di essere creativi. Per Winnicott, il gioco non ha età in quanto lo vede come un atteggiamento ludico e creativo verso il mondo. Il bambino e l’adulto che vivono creativamente, giocano entrambi, riempiendo con i prodotti della propria immaginazione e con l’uso di simboli, lo spazio tra sé e l’ambiente.
 
PRINCIPALI FORME DI GIOCO NELLA I° INFANZIA: O-3 anni
C’è chi ha sostenuto che il gioco sia il lavoro dei bambini e questa ideologia ha goduto un periodo di rilevante dominio nelle teorie psicologiche ed educative. In questa fascia d’età 0-3 i bambini verranno in contatto con centinaia di giochi differenti fra peluches, costruzioni, anellini, barchette, macchinine, bambole ecc… ma si sa che il primo gioco di un bambino piccolo è il corpo della persona che si prende cura di lui, infatti gioca con le dita della mamma, intreccia le sue dita nei capelli, nella barba del papà, afferra orecchini e tutto ciò che può metterlo in contatto con lei.
 
A volte per “svegliare” l’attenzione di un bambino non è necessario spendere soldi in giochi costosi ma basta utilizzare anche i materiali più semplici che si hanno in casa che a volte risultano più interessanti e piacevoli di giochi costosi.
Infatti tra le varie proposte di attività per i bambini di quest’età si hanno: il Cestino dei Tesori e il Gioco Euristico di Elinor Goldschmied.

Il Cestino dei Tesori
, viene proposto una  volta che il piccolo ha imparato a stare seduto autonomamente  (6/7 mesi ca) fino a quando inizia a deambulare. Si sa che il cervello dei bambini si sviluppa rapidamente e in risposta a flussi di stimoli provenienti dall’ambiente attraverso i sensi e il movimento del corpo; il cestino dei tesori infatti raccoglie e fornisce una ricca varietà di oggetti comuni scelti apposta per stimolare tutti i 5 sensi (vista, udito, olfatto, tatto e gusto). Si vede come un bambino davanti al cestino osservi i vari oggetti, ne seleziona alcuni scartandone altri che non lo interessano; esamina l’oggetto portandoselo alla bocca, leccandolo, morsicandolo, lanciando ecc… il cestino dei tesori prevede quindi l’utilizzo di un cestino con fondo piatto, senza manici e fatto di materiale naturale. C’è da tener presente che il materiale non deve essere pericoloso per il bambino e deve essere sempre pulito e disinfettato periodicamente oltre che rinnovato. Tra gli oggetti più diffusi si trovano:
  • Oggetti naturali à pigne, grossi ciottoli, conchiglie, grosse castagne, piume grandi, tappi di sughero, spugna …
  • Oggetti di materiali naturali à palla di lana, piccoli cestini, spazzolino, pennello da barba o per il trucco …
  • Oggetti di legno à scatolette di velluto, sonagli, mollette, perle colorate infilate, cubi/cilindri, portatovagliolo, ciotoline, portauovo …
  • Oggetti di metallo à cucchiai, mazzo di chiavi, imbuto, formine per dolci, scovolino, anello per tende, mazzo di campanelli, pezzi di catena …
  • Oggetti in pelle, tessuto, gomma e pelo à borsellini, collarino per animali, palla da tennis/golf, portagioie, sacchettini di tessuto …
  • Carta, cartone à scatolette di cartone, carta oleata, cilindri di cartone …
Gli oggetti permettono ai bambini di domandarsi “Cos’è?”, “A cosa serve?” e di trovarsi di fronte ad un’ampia e libera scelta, assumendo un ruolo attivo nel prendere una decisione.
 
Il Gioco Euristico invece, è rivolto ai bambini più grandicelli (12/20 mesi ca) che sanno già spostarsi autonomamente e consiste nel dare ad un gruppo di bambini, per un periodo di tempo definito, in un ambiente controllato, una grande quantità di oggetti diversi e contenitori di varia natura con i quali possano giocare liberamente e senza l’intervento dell’adulto. Uno dei grandi meriti di questo approccio è quello di liberare la creatività negli adulti e far si che il compito di seguire i bambini diventi più stimolante.

Lo scopo di questo gioco è quello di esplorare e scoprire da soli la relazione fra gli oggetti; i bambini lavorano con uno scopo e sono concentrati. Durante il processo di esplorazione del materiale, la questione di un uso giusto o sbagliato non si pone. I bambini osservano come si comportano gli oggetti mentre li maneggiano.
Qualsiasi cosa facciano è un successo, l’unico fallimento si presenta quando insistono nel fare qualcosa che la natura stessa dell’oggetto impedisce. I bambini quindi svuotano, riempiono, catalogano e riordinano gli oggetti che hanno a disposizione.
 
Il gioco euristico consiste anche nel riordinare gli oggetti; molti degli oggetti per il gioco euristico sono simili a quelli del cestino dei tesori ma questi vanno riposti in sacche chiuse da un laccio. Gli oggetti suggeriti per il gioco euristico sono: pon pon di lana, sacchettini e scatole, cilindri di cartone, nastri, coperchi di barattoli, chiavi vecchie, tappi di bottiglie, barattoli, mollette, bigodini, fermaporta in gomma, catene di varie misure…
In entrambe le attività, il ruolo dell’adulto è quello di organizzatore dello spazio e facilitatore oltre che osservatore.
 
Oltre a queste 2 principali forme di gioco, abbiamo anche:
  • gioco percettivo motorio puro (12/18 mesi) : prendere gli oggetti, batterli l’uno contro l’altro, disporli l’uno sull’altro, gettarli ecc. sono attività che rafforzano nel bambino il senso di sicurezza nelle proprie capacità di modificare l’ambiente;
  • verso i 18 mesi al gioco percettivo-motorio, si affianca il “gioco simbolico”; gli oggetti vengono considerati come simboli di altri oggetti non presenti. Così il bambino esercita la capacità di immaginare realtà non presenti;
  • un importante progresso si verifica quando i giochi simbolici, dapprima individuali, assumono il carattere di  “giochi sociali” richiedendo la collaborazione di più bambini;
  • dai 7-8 anni si assiste allo svolgimento di “giochi con regole”;
  • alcuni giochi con regole richiedono poi un tipo di pensiero più evoluto, che si sviluppa a partire dagli 11-12 anni, e implica la capacità di immaginare con facilità situazioni ipotetiche
 
Nei primi 3 anni il bambino vuole esplorare il mondo e vengono attuati i tentativi del “far finta che” riproducendo attività della propria quotidianità. Le forme più rudimentali di gioco di fantasia appaiono verso il I° anno quando il bimbo offre la pappa alla bambole o simula il motore delle auto. Il bambino si cimenta nelle prime forme di gioco di fantasia in modo autonomo; il gioco di finzione di tipo sociale avviene verso i 3 anni quando il bambino è in grado di coinvolgere gli altri. Il gioco di finzione  (2 anni ca) è un’attività comportamentale che si contraddistingue per il suo valore simulativo.
 
Il gioco di finzione è visto come un contesto utile al bambino per iniziare a sviluppare ed affinare la propria competenza semiotica, cioè la capacità di usare dei simboli per rievocare persone, oggetti ed eventi fisicamente non presenti in quel momento. Il gioco di finzione sembra richiedere le stesse abilità necessarie per la comprensione degli stati mentali; rappresenterebbe uno spazio dentro cui il bambino mostrerebbe una competenza superiore rispetto a quella posseduta in un contesto reale.
 
Lillard individua 6 caratteristiche necessarie per parlare di gioco di finzione:
  • presenza attore che finga, competenze;
  • stato reale delle cose che funzioni da alternativa a immaginario ex fingo che piove;
  • rappresentazione mentale che raccoglie le caratteristiche dello scenario di fantasia in grado d’offrirsi come alternativa al dato di realtà;
  • sovrapposizione della dimensione immaginativa su quella reale;
  • consapevolezza di colui che finge;
  • presenza di uno stato intenzionale.
Nel gioco di finzione bisogna sapere che si è inseriti in una cornice metaforica, fantasiosa e chi finge deve saper sospendere la dimensione del reale per lasciare spazio agli aspetti della finzione. Il gioco che i bambini fanno verso i 2 anni prevede la trasformazione degli elementi fisici del contesto (ex un pezzo legno diventa un sapone); col tempo appare il gioco di ruolo che comporta l’abilità d’immaginare e rappresentare il ruolo di un’altra persona. Dopo i 2 anni il gioco di ruolo diviene una modalità d’interazione più importante (recita parte di qualcun altro, s’immedesima)
Il gioco di ruolo è strettamente connesso ai processi di simulazione: colui che prende parte al gioco si proietta nella situazione di finzione assumendo il ruolo di uno dei protagonisti. Il gioco simbolico inizia quando azioni di routine e oggetti sono distaccati dai loro ruoli tipici e dalle loro funzioni e usati in una maniera atipica, giocosa (2/3 anni ca). 
 
PERCHE’ UN CORSO DI ACQUAMOTRICITA’ NEONATALE ?
Questa può essere la domanda di molti genitori, i quali si domandano per quale motivo il loro piccolo, già dalla più tenera età dovrebbe stare, oltre al momento del bagnetto, a contatto con l’acqua. Alcuni autori sostengono, innanzitutto che promuovere l’attività fisica nell’infanzia contribuisca a sviluppare sane abitudini di vita. I benefici immediati sarebbero legati al miglioramento delle capacità motorie ed alla minore esposizione a malattie croniche e inoltre coinvolgerebbe anche la sfera psicologica, contribuendo a costruire una migliore immagine di sé.

Bisogna tener presente che il nostro corpo immerso nell’acqua subisce numerose sollecitazioni e gli apparati maggiormente coinvolti sono quello cardiovascolare, respiratorio e otorinolaringoiatrico. I benefici dell’acqua su un neonato sono diversi, tra cui: sensazioni di benessere, benefici all’apparato respiratorio e all’attività cardiovascolare, stimolazione della libertà di movimento, sviluppo capacità psicomotorie ed infine favorisce l’appetito, il rilassamento e il sonno.

I bambini a contatto con l’acqua vivono una straordinaria esperienza di gioco e di libertà e inoltre nell'acqua sperimentano le loro abilità motorie che saranno poi la base per camminare e correre.
I corsi neonatali sono un'esperienza bellissima sia per il genitore che per il bambino. L'ambiente acquatico infatti richiama nel neonato l'utero materno, il cui ricordo nei primi mesi di vita è certo molto vivo. Si tratta per lui di una regressione tranquillizzante, che nel contempo lo mette in grande intimità con il genitore che lo accompagna in acqua, cullandolo fra le braccia.
 
L'acqua favorisce una vicinanza fisica istintiva e sensuale, nel senso che coinvolge molti sensi  e di frequente le mamme riescono in piscina a liberarsi di molte ansie naturali, tipiche dei primi mesi di maternità. Non è detto però che in piscina il bambino debba per forza entrare con la mamma, anche se nei primi tempi i 2 vivono un rapporto molto intenso, quest’esperienza può essere vissuta e condivisa anche con il papà o perché no con nonne o zie. È importante comunque che sia una figura familiare che trasmetta fiducia e sicurezza e che mantenga continuità in modo da dare al piccolo un solido punto di riferimento. In acqua i bambini scoprono un mondo nuovo, e nel contempo hanno la possibilità di fare esperienze motorie utilissime anche nella vita di tutti i giorni.

Da ricordare è che il corso di acquaticità è un momento di gioco, che lega il piccolo al genitore, e non di esercizi. Bisogna capire gli interessi del bambino e le sue attività spontanee senza mai sforzare il bambino nel fare qualcosa. L’attività principale di questi corsi è il gioco che si inserisce come un nuovo mezzo per conoscere, esplorare e sperimentare.
 
ASPETTO LUDICO IN ACQUA
Come già accennato sopra, elemento portante di questi corsi è appunto l’aspetto ludico che deve coinvolgere ed incuriosire il bambino. L’acquamotricista deve tener conto del momento evolutivo del bambino, così da proporre il materiale adeguato a stimolare la curiosità e l’interesse del bambino. Da considerare anche l’importanza della relazione; il bambino in acqua ha diritto a:
  • Essere accolto, rispettato, ascoltato e protetto nella sua individualità.
  • Vivere questo ambiente giocando con piacere ed allegria, senza costrizioni.
  • Scoprire l’acqua in compagnia della sua famiglia o figure di riferimento, fino a quando ne necessita.
  • Raggiungere l’autonomia nel rispetto dei propri tempi e senza essere prigioniero delle aspettative.
  • Utilizzare strutture ed ambienti adeguati.

    dalla Carta dei diritti del bambino e della famiglia in ambiente acquatico

FUNZIONE DELL’ACQUAMOTRICISTA
Il ruolo dell’adulto, innanzitutto genitore e poi educatore, è quello di rendere consapevole il bambino dell’esperienza acquatica. Compito di questo corso di acquamotricità e quindi dell’educatore non è quello di insegnare a nuotare al piccolo ma bensì che colleghi all’elemento acqua, il piacere. Qui l’educatore non deve sostituirsi al genitore, ma deve seguirlo, sostenerlo e guidarlo in questo percorso ricco di sensazioni, emozioni ed esperienze. Oltre a condurre la lezione, deve quindi fornire assistenza alla famiglia, guidarla e proporre giochi, materiali in linea con lo sviluppo e i ritmi del bambino.

Durante le prime lezioni, l’educatore non dovrà intromettersi con invadenza nel rapporto privilegiato tra mamma e figlio, ma dovrà rispettare la diade, suggerendo al genitore le manovre e le prese da effettuare, eventualmente creando un ambiente più raccolto e circoscritto nel quale far meglio ambientare il piccolo. Sarà poi il bimbo stesso che in un secondo momento lancerà segnali di maggiore apertura verso l’ambiente esterno, i piccoli e grandi giochi, gli altri bambini all’interno del gruppo, solo allora si potrà intervenire con nuove proposte che lo porteranno sempre più verso una maggiore autonomia acquatica. La capacità di osservazione è molto importante e deve essere viva nell’insegnante; l’osservare, infatti, ci permette di capire quali sono le zone di interesse dei bimbi, quali le caratteristiche comportamentali, i rapporti che si instaurano all’interno del gruppo.

Un altro compito importante è quello del moderatore. Possono capitare durante la lezione momenti di poca armonia, inadeguatezza delle richieste e risposte all’interno del rapporto mamma-bimbo, alte aspettative da parte del genitore nei confronti del figlio, piccole regole non rispettate, troppa rilassatezza da parte del genitore, situazioni che prevedono l’intervento dell’educatore per riportare il giusto equilibrio.
Si tratta di momenti cruciali dell’apprendimento perché entrano in gioco fiducia reciproca ed equilibrio emotivo che permettono al bambino di affrontare l’attività in modo proficuo.

L’osservazione è un buon metodo per cercare di capire queste situazioni di non armonia e squilibrio, ma è sempre utile anche un dialogo e scambio di opinioni (non invadenti) col genitore. Deve inoltre porre attenzione alle esigenze e ai bisogni che i bambini manifestano durante l’attività oltre che disporre con cura e competenza il materiale ludico al fine di favorire l’attività dei bambini. Le parole chiave che potrebbero riassumere la figura dell’educatore sono:
  • Competenza à rispondere a dubbi, perplessità
  • Umiltà à dona la saggezza necessaria per non sentirsi superiori e migliori di altri
  • Accoglienza à determinante per la qualità della relazione
  • Rispetto à bambino è un individuo unico e irripetibile e come tale va rispettato nella sua unicità
  • Coerenza à comportamento educativo e comunicazione coerenti
  • Disponibilità à dimostrare la propria disponibilità verso gli altri
ESEMPIO DI UNA GIORNATA DI ACQUAMOTRICITA’
La lezione di acquamotricità neonatale viene suddivisa in diverse fasi:
  • Ambientamento a secco e in acqua
  • Esplorazione
  • Autonomia con presidi natatori
  • Approccio psicomotorio
  • Gioco di gruppo
  • Slow water (coccole e rilassamento)
  • Congedo ed analisi del lavoro svolto
Queste fasi saranno più o meno ampie a seconda della fascia d’età con cui si ha a che fare; si hanno infatti diversi corsi:
-      Acqua d’amore, corso base 3 mesi / 3 anni
-      Divento grande, corso intermedio dai 2 anni (senza la partecipazione del genitore)
-      Gioco e tecniche, corso avanzato dai 2 ½ anni (senza genitore)
-      Acqua favolosa, corso avanzato dai 2 anni (con genitore)
-      Acqua favolosa 2, corso avanzato dai 3 anni (con genitore)

Il materiale ludico utilizzato è molto vario, tra i più usati, abbiamo: salvagentino tedesco, bracciolini, tubi, animaletti di plastica, scivoli, tappetini di varie dimensioni, animali gonfiabili su cui eseguire una variabile del canguro, anelli, bastoni di acquamotricità, vaschetta, palline ecc…
Durante la fase d’ambientamento, compito fondamentale dell’operatore è quello di rendere l’ambiente stimolante ed interessante per far “superare” i fattori di disagio nel bambino. Qui può esser svolto il massaggio del corpo del bambino per farlo rilassare o una fase motoria libera. Sarà poi il piccolo che ci farà capire quando sarà pronto ad entrare in acqua.

Nella fase di esplorazione, il bambino vive l’ambiente circostante stando tra le braccia sicure del genitore e in questo modo inizia a sgambettare; l’autonomia tramite presidi natatori come il salvagentino tedesco o i bracciolini costituisce una fase molto importante per il raggiungimento dell’indipendenza. L’approccio psicomotorio prevede lo sviluppo del riflesso di prensione e per svilupparlo viene usata la tecnica delle bracheazioni, ovvero usare strumenti come anelli, bastone della psicomotricità (a partire dal 6° mese) o semplicemente le mani del genitore. Questi esercizi vanno a vivacizzare l’attività tenendo sempre presente l’aspetto giocoso.

Può essere inserita anche la stimolazione nello spazio tramite il su/giù con gradualità, il canguro o il salto seduto dal bordo evitando comunque eventuali disagi nel piccolo. Qui si può inserire anche l’attività dell’immersione, che va comunque introdotta non prima di 3/4 sedute positive in acqua; innanzitutto vanno preparati sia il genitore che il piccolo (su/giù, cangurino) e spiegate l’utilità di questa tecnica. Le immersioni possono avvenire con la partecipazione passiva o attiva del piccolo e possono essere:
  • di piedi col soffio sul naso
  • di testa verso i giochi
  • dal bordo
è sempre importante sorprenderlo all’emersione con un gioco e premiarlo oltre che coccolarlo
  • tuffi con immersione di testa
  • immersioni verso il genitore
  • immersione con gli scivoli
Durante la fase dei giochi di gruppo è utile una buona dose di fantasia per creare ogni volta proposte nuove e stimolanti che mettano i bambini in relazione tra di loro: ad esempio con il quadro (struttura componibile a forma di torre) si può immaginare di essere seduti su una navicella spaziale diretta su un nuovo pianeta. I piccoli, giocando insieme, sviluppano la capacità di emulazione ed imitazione verso i bambini più grandi e questo li aiuta nella coordinazione psicomotoria.

Verso la conclusione della lezione è giusto dare spazio anche al rilassamento e alle coccole tra le braccia di mamma o papà oltre che ad un’analisi del lavoro svolto, riassumendo le attività effettuate e comprendendo le motivazioni e le finalità pedagogiche del lavoro svolto.
 
RIFLESSIONI E CONCLUSIONI
Per i neonati il contatto con l'acqua rappresenta una straordinaria esperienza di gioco e di libertà. Inoltre nell'acqua sperimentano le loro abilità motorie che saranno poi la base per camminare e correre. Ricordiamo che non è un corso per imparare a nuotare ma è un momento di gioco, in cui il bambino è libero e crea un rapporto intenso con i propri genitori. Infatti, come già detto, i genitori sono i compagni di gioco privilegiati: è grazie alla loro presenza che il bambino costruisce le sue modalità comunicative, di relazione e migliora le capacità motorie ed acquatiche. Importante: il genitore non deve sostituirsi a lui ma nemmeno essere assente.
 
L’immagine del gioco sembra rappresentare una metafora significativa della formazione/educazione pensata come un divenire, un movimento, un percorso da compiere, ma anche come un mondo differente dal mondo della vita, ma non per questo meno reale. Un mondo “piccolo” che si rappresenta, si interpreta e si rielabora il mondo grande che ci circonda.
In conclusione si può dire che EDUCARE vuol dire GIOCARE…
 
 
“Dategli 1000 fogli bianchi,
una matita,
una scatola di cartone,
una palla…
e lui inventerà il mondo”  (Bernardi)
 
Già da queste parole di Bernardi, si può dedurre che il bambino, attraverso il gioco, può creare ogni cosa a partire dal nulla; anche la più semplice delle cose per noi, per lui può significare molto, come la nostra presenza (genitori ed educatori) nel suo percorso di crescita, specie in un ambiente dove le sensazioni sono amplificate e tutto  è meno naturale. L’ambiente acquatico si sostituisce a quello quotidiano dando serenità e ulteriore benessere al bambino facendogli apprendere molte cose e vivendo nuove esperienze.

 
BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA
  • “Acquaticità per la prima infanzia. Manuale d’uso per operatori, educatori, genitori” di Arrigo Broglio, ed Franco Angeli
  • “ Persone da 0 a 3 anni” di Elinor Goldschmied
  • “Vygotskij, Piaget, Bruner” di O. Liverta Sempio, ed R. Cortina
  • “Capire la mente. La psicologia ingenua del bambino” di A. Marchetti - Massaro , ed Carocci
  • “Como pez en el agua. Juega y nada con tù bebè” di Maru Carmona
  • “Educaciòn infantil en el medio acuàtico” di Enrique e Francisco Perez e Luisa Torres
  • “Jugar en el agua, actividades acuáticas infantiles” di  Carles Jardí Pinyol
  • “Nadar con bebès y niños pequeños. Ejercicios lúdicos para favorecer el movimiento precoz en el agua” di Bárbara Ahr
  • “Appunti di psicologia dell’infanzia” Dott. Massaro
  • “appunti del corso di acquamotricità neonatale” Milano 2011
  • www.counselingitalia.it
  • www.psicoterapiapsicologia.it
  • www.wikipedia.it
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