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Primi passi nell'acquaticità: comprendere le basi, approfondire le implicazioni psicoficsiche

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Il termine “acquaticità” è un neologismo  in uso da pochi anni;  all'inizio per definire  tutte le attività non competitive che si svolgono in piscina ma anche utilizzato in contrapposizione alle attività sportive propriamente dette e all'agonismo. 

Si è messo  così in evidenza la peculiarità di determinate attività ricreative o riabilitative organizzate in acqua bassa come i corsi di nuoto per bambini, solo successivamente questo termine è stato utilizzato anche riferendosi anche ai corsi per adulti. 

Acquaticità come sinonimo di una differente e nuova concezione dell'acqua, intesa come ambiente rilassante e non solo campo di gara. Con gli anni si sono moltiplicati corsi di nuoto non agonistici comunemente detti “attività per tutti” , tanto che ad oggi non esiste struttura che non proponga acquaticità nelle sue varie forme quali la ginnastica, il rilassamento, la danza e la riabilitazione.

Il punto comune è che tutte queste attività si tengono in acqua bassa e che propongono solo la valenza positiva dell'elemento trasportando dentro l'acqua attività nate sulla terra ferma, il fine non è agonistico ma nella stessa maniera l'acqua viene usata come “contenitore di corpi”.

Le varie attività sportive usano l'acqua come fosse “aria spessa” servendosi della resistenza al movimento provocata dall'attrito, al contrario il rilassamento ed il massaggio  si servono della capacità dall'acqua calda di potenziare e modificare i messaggi corporei creando particolari vissuti, sensazioni ed emozioni. 

L'uso di vasche con acqua bassa determina la sicurezza di un solido piano d'appoggio dove poter toccare il fondo con i piedi, ancora una volta si sfrutta la valenza positiva dell'acqua. Il merito di tali esperienze è quello di modificare la prospettiva del lavoro in  piscina e di spostare l'attenzione di un pubblico sempre più ampio a vivere  l'acqua non solo collegata all'attività sportiva. 

Tuttavia all'acqua sono riconducibili proprietà e reazioni conseguenti ambivalenti nella sua azione, essa genera infatti benessere o paura  così come lo è il suo ruolo di dispensatrice di vita o portatrice di distruzione.

L'acquaticità è quindi ciò che l'acqua ci obbliga a fare se siamo sinceri nel sentire,  nell' accogliere, nel comprendere e seguire le sue indicazioni senza preconcetti. 

Questo tipo di esperienza è amplificata in acqua profonda dove siamo costretti ad appoggiarci totalmente all'acqua attraverso il galleggiamento del nostro corpo, la densità fa si che il movimento diventi più lento e lungo, se ci si muove bruscamente “si buca l'acqua” non riuscendo ad avanzare. 

L'acqua ci obbliga anche a modificare la respirazione rispetto alla terra ferma durante l’immersione o durante il movimento. 

Nonostante quello che si crede comunemente è difficile andare a fondo poiché l'acqua è un elemento denso e Archimede ha spiegato bene come i corpi immersi nell'acqua galleggino sempre. 

Raggiungere il fondo della vasca senza aiutarci con il movimento propulsore di braccia e gambe è difficile, per riuscirci occorre appesantirsi svuotando i polmoni da quasi tutta l'aria che contengono e per farlo bisogna superare quell'ansia che ci prende quando sentiamo il bisogno di respirare. E' proprio questo il momento in cui può subentrare la paura di non farcela più senza respirare, non abbiamo ancora toccato il fondo ma sentiamo già il bisogno d'aria oppure abbiamo raggiunto il fondo e schizziamo velocemente verso la superficie. 

La calma e la tranquillità necessarie in acqua passano anche attraverso il riconoscimento delle tensioni che stanno dietro alla mancanza d'aria nei polmoni, soprattutto in acqua profonda non possiamo fare a meno di rischiare e quindi di metterci in discussione. Rischiare di lasciarci andare e perdere il controllo richiede la  conoscenza di se stessi e delle proprie tensioni, spesso l'ostacolo maggiore è rappresentato dalle idee e preconcetti assodati nel tempo e immutabili (credenze). 

Le difficoltà nascono anche dall'abitudine di stare in acqua in un determinato modo che abbiamo costruito nel tempo e che noi e nessun altro ha mai messo in discussione. 

La nostra concezione dell'acqua e dello stare immersi può essere ostacolo; siamo distolti dalla tecnica degli stili, dall'idea che l'acqua bassa sia rilassante mentre quella alta faticosa oppure che non possiamo rimanere fermi e galleggiare senza muovere gambe e braccia (la necessità dell’azione). 

Di certo in acqua profonda affrontiamo una serie di circostanze che normalmente sono considerate negative: anzitutto non abbiamo i “piedi ben piantati per terra” e quindi ci “manca la terra sotto i piedi”.  Se ci immergiamo o dobbiamo fare un tuffo dobbiamo “buttarci a capofitto”, quando facciamo una capriola nell'acqua  ci sentiamo “sotto-sopra” e quando siamo in acqua alta abbiamo “l'acqua alla gola”. Si ha paura di “perdere la testa” e si crede di dover tenere “la testa sulle spalle” infatti la sosteniamo ferma irrigidendo tutta la muscolatura del collo e spalle.

Tutti questi modi di dire possono farci immaginare come ci si possa sentire in alcune situazioni, in acqua infatti non possiamo fare a meno di sperimentare tutte queste percezioni ed esperienze sotto il profilo fisico e soprattutto emotivo. 

Invitati ad immergerci in acqua bassa  si fa l'esperienza di un acqua benevola, il galleggiamento e la respirazione sono meno considerati  a favore del rilassamento e dell'abbandono del corpo ottenuti non attraverso un percorso di apprendimento ma elargiti come in una visita guidata. 

Si pone l'attenzione al non far affrontare il lato negativo che fa paura e che obbliga al cambiamento, quella parte di noi che non vogliamo guardare ma che viene a galla  nell'immersione. 

L'acqua ha la capacità di permettere il confronto con le nostre ansie  e paure, avendone anche un forte significato simbolico: le sono infatti attribuite qualità di generatrice di vita e dispensatrice di nutrimento. 

Nella civiltà contemporanea quando si afferma che ha potere rigenerante si fa riferimento alla capacità di indurre rilassamento e permettere la ricarica energetica.

Rigenerare vuol dire anche generare di nuovo, rinascere. 
Per rinascere bisogna prima “morire”, ovvero occorre lasciare andare qualcosa del passato accogliendo il nuovo presente; accettare che una piccola parte di noi muoia affinché ne nasca una nuova. 

Tuttavia la resistenza al cambiamento è uno degli ostacoli più difficili da superare, tanto da non riuscire a riconoscere gli aspetti negativi e dove poter migliorare noi stessi nascondendoci dietro le nostre paure ed ansie. 

I bambini infatti riescono a galleggiare più velocemente rispetto agli adulti, nonostante siano più pesanti e abbiamo meno capacità psicofisiche perché hanno l'entusiasmo per il nuovo, la fantasia, la libertà e la disponibilità al gioco. Gli adulti invece sono strutturati in un gran numero di pre concetti (credenze limitanti) e succubi della paura del cambiamento. 

L'acqua riesce a metterci di fronte alle paure in modo diretto e consapevole non solo rispetto ad aspetti emotivi della nostra personalità, ma anche per problemi fisici e funzionali del nostro corpo.

Nella visione dell'acqua rigenerante si può far emergere quello che deve “morire” per poter rinascere, la modalità cambia ed è diversa  per ognuno di noi. L'acqua così ha molteplici significati diversi per ciascuno di noi, finché non ci immergiamo non potremmo scoprire che cosa ci svelerà di noi, in via del tutto personale. 

Questo significa acquisire “nuovi punti di vista” nei confronti della realtà acqua con un atteggiamento più elastico utile al cambiamento, passaggio obbligatorio per accettare la propria insicurezza nei confronti di un elemento così mutevole e ambivalente. 

Il nodo sta nel provare ad adeguarsi all'acqua in modo funzionale e creativo secondo la propria sensibilità.
Immergendoci, ad ogni movimento, l'acqua ci fa lo spazio necessario senza opporci particolare resistenza e ci permette di trovare il modo personale di “stare nell'acqua” con le varie finalità (attività, passività, affidamento…).

L'acquaticità va oltre la tecnica, anzi la anticipa. 
È la capacità di adattarsi all'elemento sfruttandone le qualità fisiche adeguando il nostro modo di muoverci, di “stare” e di respirare.

Queste modificazioni consentono al nostro corpo di adattarsi all'acqua entrandone a far parte.
Saper stare nell'acqua, sia in superficie che immersi, senza usare uno stile preciso ma consapevoli che è tutto il nostro corpo che ci consente di nuotare non solo per la spinta di gambe e braccia.

Acquaticità è soprattutto lo stare in acqua nel modo più semplice e congeniale, economizzando le energie con movimenti lunghi e lenti.
Tra gli effetti interessanti è da rilevare come l'acqua consenta di sperimentare situazioni altrimenti impossibili sulla terraferma per le modificazioni della forza di gravità. 

Quando ci immergiamo la sensazione fisica più importante è la consapevolezza si essere “sospesi”, ma anche di provare la caduta verso il fondo nonché l'ascensione verso l'alto durante l’immersione. 
La sensazione di sospensione è simile al sentirsi “gonfi”, morbidi e più leggeri rispetto all'elemento in cui ci troviamo; sensazione opposta a quella a cui siamo abituati.

I confini del nostro corpo sono meno precisi, un corpo disponibile a movimenti che la forza di gravità non permette.
In alcuni esercizi di acquaticità dove si richiede di svuotare completamente i polmoni dall'aria ci si porta passivamente e lentamente sul fondo vasca come in un film a rallentatore; in questo modo sperimentiamo la leggerezza quando galleggiamo e la pesantezza quando espiriamo e scivoliamo sul fondo.

L'acqua ci chiede elasticità sia nel corpo che nella mente attraverso movimenti sciolti e consapevoli, ci chiede di assecondarci all’esperienza così come lei si adatta alle nostre esigenze fisiche.

Ognuno di noi ha, ma non necessariamente conosce, il modo di stare in movimento e di stare fermi nell'acqua; non è altro che la manifestazione del percepire il proprio corpo dandone poi forma concreta.

Acquaticità è il modo di fare le cose in acqua, non è importante la memorizzazione e l'esecuzione tecnica di un esercizio proposto, ma la consapevolezza nell'eseguirlo. 
Non  è importante cosa si fa, ma come si opera. 

“L'esercizio” proposto è più semplicemente un invito, una proposta a riconoscersi nel movimento acquatico che si esegue.

I movimenti in acqua sono semplici e basilari, non si insegna né si impara nulla di nuovo; si riporta alle conoscenze e sensibilità fisiche già esistenti nella nostra “memoria” psicomotoria..

Se vogliamo galleggiare con facilità non occorre spendere energie per sostenerci, ma dobbiamo lasciare che il tono dei muscoli diminuisca “alleggerendo” il peso del nostro corpo.

L'acquaticità grazie alla concretezza dell'acqua aiuta a sentire e gestire il movimento consapevolmente, migliorando il legame mente-corpo.
Concludendo, possiamo fare una riflessione sulle sensazioni che a volte possiamo percepire quando fuoriusciamo da un’immersione, si avverte una sottile malinconia, come se si stesse lasciando un luogo familiare. 

Dopo l'acquaticità alcuni rientrano di corsa in spogliatoio a fare la doccia, altri si fermano a chiacchierare in acqua, altri uscendo indossano l'accappatoio e rimangono alcuni istanti a fissare la superficie dell'acqua per accomodare l’esperienza vissuta o indugiando un poco nella separazione. 

Conoscendola un po' per volta sempre meglio accogliamo questo “chiamare a sé” dell'acqua, ed il ricordo delle sensazioni provate rimane vivo in noi per alcune ore durante la giornata.

Prima di immergerci tutte le volta abbiamo bisogno di un po' di preparazione, chi si sistema gli occhialini, chi siede sul bordo vasca o chi prende fiato… ma tutti siamo per un momento come sospesi a fissare la superficie dell'acqua; da una parte ancora ancorati alla quotidianità e dall'altra titubanti su ciò che accadrà una volta che ci lasceremo andare entrando nel “portale”.

Così al termine, sospesi tra il dentro e fuori, a riflettere un po' su ciò che è accaduto e su come custodirlo interiormente, coscienti di essere stati in qualche modo “acqua nell’acqua”. 

 

BIBLIOGRAFIA

PISANO, R., SICCARDI, M., Acquaticità, SPERLING & KUPFER, Milano, 2000.

BALASKAS, J., GORDON, Y., Manuale del parto in acqua, RED EDIZIONI, 1992.

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