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Io sono il mio movimento

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La scoperta del bambino è un tema che da sempre ha suscitato l’interesse dei più grandi pedagogisti e psicologi e nel corso degli anni queste ricerche si sono fatte sempre più ricche e frequenti.
Capire e comprendere le dinamiche di crescita e di maturazione del piccolo infatti non è cosi semplice come sembra; accanto al discorso di tipo psichico legato alla formazione delle sinapsi e di tutte le connessioni nervose vi è quello socio-economico, in relazione al contesto di appartenenza e all’ambiente di sviluppo.

Il principio che ritengo sia la base per una corretta crescita è il considerare il bambino come soggetto attivo, metterlo al centro dell’azione educativa, sin dai primi istanti di vita, lasciandone libero e intatto lo sviluppo.
Infatti, come sosteneva un famoso psicologo Henri Wallon, per sua natura  il movimento del bambino contiene potenzialmente tutte le direzioni che prenderanno, successivamente, l’attività psichica, i processi emozionali (il movimento esprime bisogni di attaccamento o affermazione di sé), i processi funzionali diretti a uno scopo (il movimento si trasforma in azione orientata per agire sul mondo e interagire con gli altri), i processi cognitivi (attraverso l’esplorazione, il tentativo, l’errore si organizzano schemi d’azione sempre più complesse).

Tutto ciò risulta ora confermato dalle più recenti teorie dello sviluppo, che parlano di un “bambino competente”, il quale non solo possiede gli strumenti per agire nel mondo, ma conosce lo specifico cammino per sviluppare il suo potenziale, costruire la sua storia e la sua identità.
Questo avviene non attraverso una marcia solitaria, ma in un costante rispecchiamento, che inizialmente si attiva con la figura materna e gli altri membri della famiglia.

Accompagnare la crescita dei bambini nei primi anni di vita prevede saper coniugare capacità di ascolto e profonda conoscenza del gioco, nell’accezione più ampia di costruzione e narrazione di sé, per non rischiare interventi che anticipano l’azione del bambino.
E’ importante quindi aiutarlo nel portare a compimento le sue iniziative fornendogli spazi, materiali, tempo e la presenza più idonea (madre/operatrice). In questo caso l’acqua può diventare strumento di relazione con il bambino, partendo dalla sua espressività motoria spontanea. 

Gioco tonico/emozionale: interessa particolarmente la sensibilità labirintica e riguarda i giochi di equilibrio precario, disequilibrio, rotolamento, dondolio, scivolamento, caduta che evocano nel bambino, in modo fortemente emozionale, il dialogo tonico originario e le prime esperienze di manipolazione ricevute. In questi giochi il bambino vive costantemente dei contrasti, gioca sul filo del piacere e della paura, con conseguente bisogno di rassicurazione, in stretta dipendenza fisica e simbolica con l’adulto.

Gioco senso/motorio: il bambino prende piacere ad attività globali ed “autonome” come il salto, l’equilibrio, il tuffo, l’arrampicata..., ricerca i suoi confini corporei, sperimenta le possibilità di controllo e di abbandono creativo. Il piacere del movimento risponde in questi giochi al bisogno di appropriarsi della realtà del corpo e dei suoi limiti. 

Il corpo è inoltre il luogo delle zone di piacere e di dispiacere; le “zone” di piacere vanno ad integrarsi le une con le altre simultaneamente alla costruzione degli schemi sensomotori.
Si integrano per mezzo della giubilazione, che equivale all’emozione di un “piacere immenso” che il bambino vive nell’esperienza dell’incontro con l’altro che lo riconosce (a livello verbale e non verbale). 

Ci sono delle zone corporee che non possono essere integrate nella totalità perché “zone sofferenti”.
Avviene cosi l’integrazione delle “zone di piacere” e non delle altre che non hanno vissuto il PIACERE (zone “stressate”). Queste zone di sofferenza che possono essere di tipo digestivo, cutaneo, osseo, visivo, uditivo… non possono partecipare alla totalità ma sono memorizzate ancor più che le altre. Queste zone vanno a costituire come dei “vuoti” del corpo, mancanze al corpo nella totalità che si costruisce.

La totalità è da considerarsi quindi “relativa” per ogni individuo.
Il fattore determinante per la costruzione di essa è sicuramente la giubilazione, che permette di riunire le zone di piacere; e la giubilazione è in funzione della qualità della relazione, cioè dell’investimento affettivo delle persone che vivono intorno al bambino, che gli permettono questa esperienza. 

L’altro diviene per il bambino uno “specchio” per il suo piacere. Non solo la madre, ma anche le altre persone che prendono piacere a stare con lui gli consentono di vivere la giubilazione, in questa specifica situazione di acquaticità è l’operatore.  L’attività sensomotoria nello spazio, con il materiale, la relazione con gli altri..ci parlano delle “proiezioni” del bambino, della sua totalità del corpo.

In ogni bambino esistono delle paure originarie, delle angosce che sono normalmente compensate attraverso il piacere  e l’espressività senso/motoria. Ne possiamo identificare alcune, inquadrandole come vissuti di disagio da parte del bambino:

La paura del vuoto, dell’infinito, dello spazio, che emerge nel bambino “instabile”, vivace; è ricollegabile all’angoscia di liquefazione.

La paura delle manipolazioni sulla pelle, riconducibile all’angoscia di scorticamento.

La paura di saltare in profondità, legata all’angoscia di caduta e ritrovabile nel bambino “mal sostenuto” dall’involucro materno.

 

 

Testi di riferimento:

  • dispensa Gruppo Cartacci
  • “Maestra, guardami”, Nicolodi
  • appunti seminario CNRPP 
  • appunti Gruppo Esperti/ CNRPP
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